Il diabete di tipo 2 è una condizione cronica che richiede una gestione permanente; la malattia influenza un numero di sistemi nel corpo. Studi precedenti hanno concluso che le persone con diabete sono più inclini a segnalare il dolore muscolo-scheletrico rispetto alle persone senza diabete. Tuttavia, non è ancora completamente chiaro se questo aumento sia dovuto ad un aumentato rischio di osteopatie croniche e condizioni articolari. Studi precedenti hanno notato che le persone con diabete avevano il 33% in più di probabilità di avere l’artrosi; avevano anche maggiori probabilità di soffrire di artrite reumatoide e osteoporosi (il rischio era aumentato rispettivamente del 70 e del 29%). Oltre a queste condizioni specifiche, rispetto alle persone senza diabete, quelle con diabete avevano il 27% in più di probabilità di riportare dolore alla schiena e il 29% in più di avere dolore alla spalla e al collo.
I ricercatori hanno anche dimostrato che le persone con diabete più attivo avevano un rischio ridotto di dolore alla schiena, alle spalle e al collo. Ma non bisogna trascurare il peso del cattivo controllo glicemico nel diabete che, a lungo andare, può portare a lesioni a carico delle cartilagini. L’iperglicemia è un fattore che genera stress ossidativo e infiammazione non solo a carico dei vasi sanguigni, ma anche la maggior parte dei tessuti, cartilagini incluse. A carico di quest’ultime questo si traduce come dolore. Questo è un limite per esercitare movimento ed attività fisica, che sono un fattore protettivo contro la comparsa di diabete. L’infiammazione è una reazione necessaria del sistema immunitario per proteggere il corpo da lesioni o infezioni, ma se non controllato, può portare alla distruzione dell’osso e alla prevenzione della formazione dell’osso.
La metformina è ampiamente utilizzata per la gestione del diabete e viene fornita con diversi meccanismi di azione molecolare in questa malattia. Uno studio recente aveva già visto che la metformina poteva trovare un possibile impiego nel trattamento dell’osteoporosi, dal momento che ha proprietà antinfiammatorie. Uno studio parallelo pubblicato questo mese ha svelato alcuni dettagli molecolari di come la metformina sopprime l’inflammasoma, un complesso proteico cellulare coinvolto nell’infiammazione senza batteri. L’inflammasoma interviene anche in situazioni come la gotta, il diabete o l’artrosi legata all’età. L’effetto è stato osservato nei macrofagi, un tipo di globuli bianchi coinvolti in vari aspetti della salute umana. Particolare interesse circonda i macrofagi per quanto riguarda le cardiovasculopatie come tali e correlate al diabete.
Gli osteoclasti sono i cugini più vicini ai macrofagi, quindi l’uso di metformina nell’osteoporosi potrebbe essere un razionale valido una motivazione per il suo utilizzo in questa condizione. Normalmente l’osteoartrosi è tenuta ben distinta dall’osteoporosi, sia da parte del medico che chi ne è affetto. A parte i sintomi, anche le terapie farmacologiche differiscono nettamente in queste due condizioni. Normalmente la sintomatologia dolorosa dei sofferenti di artrosi è tenuta sotto controllo con FANS e/o cortisonici, l’osteoporosi non giova di nessuno dei due. Quando si passa al diabete, i glucocorticoidi sono generalmente sconsigliati nel cronico per la loro capacità di rialzare la glicemia. Sono antinfiammatori, non c’è dubbio, ma possono anche promuovere nel tempo la rarefazione ossea (a tutti è capitato di sentire parlare di comparsa di osteoporosi) e quindi non rappresentano la scelta ideale per gestire la condizione.
A parte lo stress ossidativo, l’infiammazione è componente sottostante ad osteoartrosi, osteoporosi e diabete, anche se questi fenomeni si sviluppano seguendo linee e meccanismi molecolari non sovrapponibili. Tutti, però, sono accomunati dalla produzione di citochine infiammatorie come IL-1, IL-6 e TNF-alfa, tra le altre. Ed alterazioni della densità ossea, sebbene invisibili, possono iniziare sin dalla gioventù, non necessariamente quando si è eccessivamente adulti. In uno dei primi studi del suo genere, un team di ricercatori della Keck School of Medicine della USC ha scoperto che le proteine e i percorsi coinvolti nell’infiammazione sono associati a cambiamenti nella densità minerale ossea (DEMO) nel tempo. I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Bone and Mineral Research.
Lo studio ha seguito 304 adolescenti latini obesi/sovrappeso di età compresa tra 8 e 13 anni al basale dallo studio sugli adolescenti latini a rischio di diabete di tipo 2 per un periodo medio di tre anni. I ricercatori hanno esaminato le associazioni tra oltre 650 proteine e le misure annuali di DEMO, rendendo questo uno dei primi studi a valutare queste associazioni nel corso di anni di follow-up. Le proteine trovate associate alla BMD sono state quindi inserite in un database di percorsi proteici. Il software ha determinato in quali percorsi le proteine erano coinvolte all’interno del corpo umano. La scoperta principale è state che molte delle proteine associate alla DEMO erano coinvolte in percorsi infiammatori e immunitari nelle popolazioni adolescenti. Tra queste ci sono IL-19, ICAM-3, endoglina, MEGF10 e MFAP5. Sono seguite proteine ossee come l’osteopontina, la sclerostina e l’inibitore delle metalloproteasi della matrice ossea TIMP-1.
Il sistema scheletrico e quello immunitario condividono diverse molecole regolatrici, tra cui le citochine, e la sovrapposizione tra questi due sistemi biologici è stata esplorata in passato nel campo interdisciplinare noto come “osteo-immunologia”. Le citochine potrebbero essere il collegamento tra il sistema osseo e quello immunitario, poiché è stato dimostrato che mediano la differenziazione e l’attività degli osteoblasti e degli osteoclasti. L’infiammazione è un fenomeno che si accentua con l’invecchiamento e, virtualmente, non dovrebbe esistere nell’infanzia ed in gioventù. Eppure, ripensandoci, malattie infettive (specie virali, molto comuni), alcune malattie autoimmuni, l’obesità ed un’alimentazione di bassa qualità non sono sconosciute fra i bambini ed i giovani di oggi. E si ribadisce, come per ogni episodio infiammatorio inevitabile o dettato dalle scelte di vita, che “il danno biologico si fa da piccoli, ma lo si vede da vecchi”.
- A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.
Pubblicazioni scientifiche
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