venerdì, Aprile 4, 2025

Depressione (anche giovanile): le connessioni che arrivano al sociale partendo dalla ricerca fino alla tavola

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Cinque grammi al giorno, non di più: questa è la quantità massima di sale che gli adulti dovrebbero consumare secondo le raccomandazioni dell’OMS. Una dieta ricca di sale non è solo dannosa per la pressione sanguigna, ma anche per il sistema immunitario. Le infezioni con alcuni parassiti della pelle negli animali da laboratorio guariscono significativamente più rapidamente se consumano una dieta ricca di sali: i macrofagi, che sono cellule immunitarie che attaccano, mangiano e digeriscono i parassiti, sono particolarmente attivi in presenza di sale. Una dieta con troppo sale non necessariamente attiva i meccanismi dell’ipertensione in modo veloce: è più facile, invece, che il rene rilasci in circolo aldosterone e glucocorticoidi, che indeboliscono le funzioni dei granulociti neutrofili, i globuli bianchi più abbondanti e di primissima linea di difesa.

I granulociti, a differenza dei macrofagi, non attaccano i parassiti ma principalmente i batteri. Se non lo fanno in misura sufficiente, le infezioni procedono in modo molto più grave. L’incidenza e la prevalenza delle malattie autoimmuni sono aumentate nei paesi occidentali negli ultimi quindici anni. Dal momento che i cambiamenti epidemiologici non possono essere correlati al background genetico, che non è cambiato significativamente in quel momento, il ruolo dei fattori ambientali è stato riconsiderato. Tra questi, le abitudini alimentari e soprattutto un eccessivo consumo di sale, tipico degli alimenti trasformati, sono stati implicati nello sviluppo di malattie autoimmuni. Alcune recensioni molto recenti riassumono le prove attuali, derivanti sia da modelli sperimentali che da studi clinici, sulla capacità di un’eccessiva assunzione di sale per esacerbare le risposte proinfiammatorie che influenzano la patogenesi delle malattie immuno-mediate.

Ci sono oramai dati che si spingono fino ai dettagli molecolari che dimostrano che l’eccessiva esposizione cellulare al cloruro di sodio innesca dei segnali che promuovono l’autoreattività immunitaria che può sfociare nella sclerosi multipla, l’artrite reumatoide o il lupus. E la depressione? E’ un problema di salute pubblica molto gravoso: l’OMS stima che fra 270 e 280 milioni di persone nel mondo ne soffrano in qualche forma e la depressione maggiore è un problema di salute pubblica significativo con una prevalenza nel corso della vita del 15-18%. L’assunzione di sale elevato è onnipresente nella dieta occidentale, con i fast food che spesso contengono 100 volte più sale di un pasto cucinato in casa. La dieta ricca di sale (HSD) è un importante problema di salute pubblica in quanto collegata a malattie cardiovascolari, autoimmuni e persino di tipo neurologico, ed è stata a lungo associata all’insorgenza e allo sviluppo della depressione.

Ma il suo ruolo nella causa della depressione non era chiaro. Sperimentalmente, un nuovo studio pubblicato su The Journal of Immunology ha scoperto che una HSD induce sintomi simili alla depressione nei topi guidando la produzione della citochina chiamata IL-17a, che è stata precedentemente identificata come un fattore che contribuisce alla depressione in studi clinici sull’uomo. I ricercatori hanno identificato dei linfociti chiamati cellule T gamma-delta (cellule γδT) come un’importante fonte di IL-17A nei topi alimentati con una dieta con sale eccessivo, che rappresentano circa il 40% delle cellule che producono IL-17A. L’esaurimento cellulare (sottrazione fisica delle cellule γδT dal sistema sperimentale) ha alleviato significativamente i sintomi depressivi indotti da HSD. Lo stesso risultato si è ottenuto trattando con HSD i topi deficienti di ROR-γt, un fattore di trascrizione centrale per la regolazione dei linfociti γδT.

Dato il ruolo già accertato di IL-17A nello sviluppo della depressione, il team di ricerca ha anche studiato se la HSD inducesse la produzione di IL-17A nei topi: effettivamente, essa ha aumentato i livelli di IL-17A nella milza, nel sangue e nel cervello, correlandosi con comportamenti simili ad ansia e depressione. Tuttavia, quando i topi che non riuscivano a produrre IL-17A venivano alimentati con HSD, non venivano osservati sintomi simili alla depressione, confermando il ruolo di IL-17A nello sviluppo di sintomi simili alla depressione. Questi risultati corroborano le prove epidemiologiche secondo cui l’HSD è fortemente correlato a una depressione più grave e gli studi condotti su persone che dimostrano che un basso apporto di sodio è strettamente associato al buon umore. Questi dati sperimentali aggiungono componente regolatoria di tipo immunitario al problema.

Le prime ipotesi sul ruolo dei globuli bianchi e delle citochine immunitarie nella comparsa del fenomeno depressivo sono comparsa circa 25 anni fa: da allora si sono integrate con le ipotesi originali della deplezione di neurotrasmettitori “monoaminergici” e con il sopraggiunto ruolo del microbiota intestinale come con-causa o causa parallela. Un punto d’incontro fra i tre aspetti (metabolico, immunitario e microbico) è da confermare nell’ultimo articolo pubblicato, inoltre, da ricercatori del King’s College London che hanno studiato le alterazioni del metabolismo del triptofano (precursore della serotonina) nella comparsa della depressione adolescenziale. Hanno analizzato la “via della chinurenina”, che è una serie di reazioni chimiche che elaborano il triptofano, un amminoacido alimentare. Quando il triptofano viene scomposto, può seguire due percorsi nel cervello: uno che produce sostanze chimiche neuroprotettive e un altro che produce sostanze neurotossiche.

Questo processo coinvolge diversi sottoprodotti tra cui l’acido chinurenico (neuroprotettivo) e l’acido chinolinico (neurotossico). I ricercatori hanno scoperto che gli adolescenti con un rischio più elevato di depressione o che hanno una diagnosi attuale di depressione avevano livelli più bassi di acido chinurenico, il composto neuroprotettivo. Questa riduzione era più evidente nelle adolescenti di sesso femminile, il che suggerisce che le ragazze potrebbero essere più vulnerabili agli effetti dannosi di un percorso della chinurenina sbilanciato durante l’adolescenza, il che potrebbe spiegare perché le femmine soffrono di depressione a tassi più elevati. Lo studio ha anche misurato proteine ​​specifiche nel sangue che indicano che il corpo è in uno stato infiammatorio e vengono rilasciate durante infezioni, stress o malattie. Una di queste è l’interleuchina 2 (IL-2).

Ha scoperto che livelli più elevati di questi marcatori infiammatori erano collegati a una maggiore produzione di sostanze chimiche neurotossiche nel percorso della chinurenina. In particolare, questa associazione è stata riscontrata negli adolescenti ad alto rischio o con depressione, ma non negli adolescenti a basso rischio. Hanno confermato che IL-2 era più rappresentata nei maschi, mentre la IL-6 nelle femmine (che hanno una prevalenza di fenomeni depressivi più alta). Ciò suggerisce che l’infiammazione potrebbe guidare il percorso della chinurenina verso la produzione di sostanze chimiche neurotossiche, aumentando il rischio di depressione. La disbiosi intestinale molto comune negli adolescenti che approcciano uno stile “fast-food” può essere la scintilla che porta allo squilibrio fra il sistema digerente, neurochimico ed immunitario che può nel tempo condurre alla comparsa del fenomeno depressivo.

E non bisogna dimenticare la reale prevalenza della depressione adolescenziale e giovanile legata al periodo storico che stiamo vivendo. Escludendo l’esacerbazione dei fenomeni ansiosi e depressivi fra i giovani causati dalla pandemia, il problema per loro è da ricercare nei fenomeni sociali fra i loro pari (es. bullismo, cyberbullismo, per citare i più emergenti) o tra le mura domestiche (drammi familiari, perdita di lavoro o altri fattori a carico dei genitori, traumi da abusi, ecc.). E’ di questi giorni il dramma del caso, di neppure una settimana fa, del minorenne indotto al suicidio dopo aver esposto le sue problematiche di disagio personale. Se è vero che la società con tutti suoi problemi, le minacce e le insicurezze sono già capaci di danneggiare persone adulte e mature portandole alla depressione, si pensi a cosa possono fare su una mente immatura come quella di un adolescente.

Per tali ragioni, la guida, l’educazione ed il sostengo dei genitori è la responsabilità primaria da garantire, anche con i comportamenti e gli stili di vita giusti, da quelli da assumere a scuola, con i coetanei o nei rapporti sociali, e persino a tavola se è vero quello che la scienza pubblica al riguardo e quello che continua a scoprire. Nessuno di noi, dei nostri cari o dei nostri figli sa a cosa va incontro con le scelte voluttuarie sbagliate, fino a quando compaiono le conseguenze. E a nessuno fa sicuramente piacere affrontarne di spiacevoli o dolorose.

  • A cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, PhD, specialista in Biochimica Clinica.

Pubblicazioni scientifiche

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Dott. Gianfrancesco Cormaci
Dott. Gianfrancesco Cormaci
Laurea in Medicina e Chirurgia nel 1998; specialista in Biochimica Clinica dal 2002; dottorato in Neurobiologia nel 2006; Ex-ricercatore, ha trascorso 5 anni negli USA (2004-2008) alle dipendenze dell' NIH/NIDA e poi della Johns Hopkins University. Guardia medica presso la Clinica Basile di catania (dal 2013) Guardia medica presso la casa di Cura Sant'Agata a Catania (del 2020) Medico penitenziario presso CC.SR. Cavadonna dal 2024. Si occupa di Medicina Preventiva personalizzata e intolleranze alimentari. Detentore di un brevetto per la fabbricazione di sfarinati gluten-free a partire da regolare farina di grano. Responsabile della sezione R&D della CoFood s.r.l. per la ricerca e sviluppo di nuovi prodotti alimentari, inclusi quelli a fini medici speciali.

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